Set
4
2017

Natura selvaggia e dolcetti: dove si cela il Business

Affari d’oro per chi ha una storia da raccontare e sfrutta le tendenze

business storytelling - into the wild

Author: Annamaria Cardinali

Avete mai sentito parlare di un certo Chris McCandless? Probabilmente il nome non vi dice niente. Eppure è un personaggio noto. Permetteteci di rinfrescarvi la memoria.

Nel 1992, Chris ha 24 anni. È un giovane americano, benestante, figlio di un dipendente della NASA e di un’impiegata. Ha una sorella più piccola, Carine. Quando nell’aprile dello stesso anno, fresco di laurea, decide di partire per attraversare l’Ovest americano, non può immaginare che di lì a poco sarebbe morto.

Il 6 settembre del ‘92, un paio di cacciatori all’inseguimento di due alci lungo il “Sentiero del Panico” ritrovano, per caso, quel che resta di Chris, deceduto da almeno due settimane; forse di fame, probabilmente per avvelenamento. Peso del corpo, 34 kg.

Era avvolto in un sacco a pelo, sferzato dal vento gelido che s’infilava, senza sforzo, in quella che pareva la carcassa di una balena di ferro, un vecchio scuolabus bianco e azzurro, abbandonato a 500 km di distanza dal primo centro abitato, in una Terra grande 5 volte l’Italia e popolata quanto una cittadina di provincia: l’Alaska.

Laureatosi con una tesi brillante in Storia e Antropologia all’Università di Emory, Georgia, Chris decise di rinunciare a tutto quello che aveva per liberarsi dai vincoli di una società infida, che plasma l’individuo a sua immagine e lo illude di essere libero e unico.

Prima di partire, dona tutti i suoi risparmi a Oxfam. Sale a bordo di una Datsun gialla che abbandona poco dopo, portando con sé solo pochi contanti, una macchina fotografica, delle pastiglie per purificare l’acqua, pantaloni, giacca e guanti imbottiti, dei fiammiferi, dei libri, un diario. Solo 112 giorni dopo il suo arrivo in Alaska, McCandless muore, probabilmente intossicato da alcune bacche velenose. Della sua lenta agonia, troviamo testimonianza nel suo diario.

Il viaggio di Chris “nelle terre selvagge”, con il suo tragico epilogo, diventa un libro che esce 22 anni dopo il drammatico ritrovamento. Dopo il libro, un documentario. Poi un film.
Chi di voi non ha visto né ha mai sentito parlare di “Into the wild”?

Un capolavoro firmato Sean Penn, definito da molti come “sensazionale”, fonte di ispirazione per chiunque voglia ritrovare un contatto vero con la natura e riscoprire l’essenza originale dell’animale-uomo: l’istinto, la lotta per la sopravvivenza, la precedenza assoluta dei bisogni primari su ogni altra cosa.

Dopo “Into the Wild”, centinaia di “sandalistas” partono alla volta di quelle terre impervie e impietose, talvolta senza più tornare. I centroamericani più irridenti chiamano così quegli avventurieri occidentali che con gli occhi sognanti e la fotocamera al collo si avventurano in certe imprese spesso più grandi di loro, ignari delle conseguenze a cui vanno incontro saltellando.

La voglia di ripercorrere le orme di un ragazzo che, senza volerlo, ha assunto la fisionomia di un eroe omerico, cantato dall’inchiostro prima e dalle immagini poi, ha preso per mano migliaia di persone e le ha portate oltre i confini del mondo abitato, in una zona ostile, oltre che incantevole.

“Into the wild” è diventato un trend e un hashtag inflazionato. In altre parole, una moda.
Quello che Chris rifuggiva, le convenzioni della società con le sue futili tendenze, si è impossessato della sua storia e ne ha fatto scempio.

Ben più grave: ne ha fatto un business.

Eh già, una fonte di guadagno! Perché, a ben vedere, la poesia che trasuda dal libro, la meraviglia delle immagini in movimento, la colonna sonora del film, altro non sono che – perdonate la brutalità – fumo negli occhi.

Il libro, il film e tutti gli omaggi postumi al protagonista della storia sono, fino a prova contraria, macchine da soldi. In ordine di apparizione: l’autore del libro “Into the wild”, Jon Krakauer, ha venduto 39 mila copie in una settimana dall’uscita – anno di pubblicazione, 1996; il film di Sean Penn, stesso titolo, ha incassato, nel 2008, oltre 18 milioni di dollari negli Stati Uniti, 5 milioni solo in Italia.

La sorellina di Chris, Carine McCandless, ha scritto un libro dal titolo “The wild truth” (“La dura verità”), un best seller per il New York Times, acquistabile online tramite Amazon, Google Play, ITunes, ecc, ecc.
Lungi da noi mettere in dubbio la buona fede in cui ha agito la sorella del povero Chris, il cui fine ultimo era sicuramente quello di ricordare il fratello, tratteggiandone il lato più privato… ma come sorvolare sugli incassi provenienti dalla vendita del libro?

E come tralasciare i vari Eliott Schonfeld, Erik Halfacre e tantissimi altri che percorrendo le orme di Chris McCandless non solo hanno sperimentato la natura selvaggia ma hanno anche raccolto il necessario per realizzare guide, reportage, documentari, video, siti creati appositamente per guidare i pellegrini verso la meta finale, il “Magic bus”?

Provate a cercarlo su Google Maps. Troverete l’esatta ubicazione del leggendario autobus: un rettangolino chiaro, in mezzo a un’enorme macchia verde. Spero non vi venga in mente di raggiungerlo! Di avventurieri morti nei pressi del famoso pullmino ce ne sono stati abbastanza.

Chissà cosa direbbe Chris McCandless se fosse ancora vivo. Ce lo immaginiamo affacciato da una nuvoletta, a metà tra il divertito e il disperato.

All’origine di tutto, una storia sensazionale: che suscita intensa emozione, grande meraviglia, vivo interesse e commozione nell’opinione pubblica…nonché un presupposto valido per un business duraturo e redditizio.

Con la sensazionale storia di Chris McCandless molti, ad oggi, possono dirsi più ricchi.

Ma quale utilità può avere tutto questo per noi?
Oltre a prendere atto del potere che una storia straordinaria esercita sulle persone, potrebbe essere interessante analizzare l’evoluzione del fenomeno: una vicenda realmente accaduta viene raccontata, prima da un libro, poi da un film; segue un clamoroso successo di pubblico, tale da scatenare una vera “febbre da wild”, tuttora in corso. Alcune persone decidono di sfruttare questa tendenza, avviando attività (come le escursioni guidate fino al bus) e vendendo prodotti (libri-rivelazione, reportage, guide, corsi di preparazione).

La forza di un business, nella stragrande maggioranza dei casi, sta nell’effetto che il prodotto o il servizio in vendita procurano nelle persone.

Il trucco, spesso, è scovare la storia giusta, senza dimenticare di essere lungimiranti.
Chiedersi: quanto può essere interessante questa storia per gli altri?
Quali vantaggi potrebbe portarmi se ne facessi un prodotto?
Quali sono le tendenze del periodo? Come potrei sfruttarle a mio vantaggio?

Altra storia, altro business, stavolta tutto italiano.
Una piccola pasticceria siciliana spedisce i dolci che produce in tutto il mondo. Ogni giorno, da anni, viene presa d’assalto da centinaia di turisti, molti dei quali stranieri.

La signora che l’ha fondata si chiama Maria Grammatico. La storia triste che l’ha resa famosa è quella della sua infanzia, trascorsa tra le mura di un convento di clausura, a Erice (TP). Orfana di padre, Maria viene affidata alle suore, che la costringono a lavorare duramente nonostante la giovane età. Per ben 15 anni, Maria lavora nella cucina del convento. Quando finalmente può uscire, porta con sé i segreti dell’antica arte pasticcera custoditi dalle monache ericine.

Lungimirante e ambiziosa, nonché mossa da una profonda voglia di rivalsa, Maria sa bene che una storia commovente è l’ingrediente giusto per sfondare. Le viene in mente un’idea luminosa: abbinare dolci dal sapore antico e delicato a una storia amara e vera.

Maria vende la sua storia a una giornalista americana, che scrive “Bitter Almond”, poi tradotto in “Mandorle amare”, un libro che ha riscosso un discreto successo negli USA, disponibile su Amazon. Da qualche tempo, di recente, si parla anche di un film… Così facendo, la Grammatico ha saputo sfruttare a suo vantaggio ben due tendenze: la passione per il racconto intimista a lieto fine e il ritorno ai sapori tradizionali.

Ancora una volta, dietro a un buon business c’è una bella storia da raccontare, meglio se vera.

E voi? Conoscete anche voi una storia coinvolgente da raccontare e…da vendere, magari?

Se pensate di non averne, lasciatevi ispirare dalle storie degli altri. Devono appassionare, oltre che essere utili ai vostri scopi. Nei link di seguito trovate qualche esempio:

Storie dal mondo

Incredibili coincidenze

Vi ricordiamo anche l’articolo sullo storytelling (ovvero come vendere con una storia), pubblicato su questo blog.

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