Lug
2
2018

Cannabis Light: è la Profezia che si Avvera?

Gli affari vanno bene, ma quanto durerà?

Author: Annamaria Cardinali

Nonostante il tasso di poco superiore allo zero della sostanza psicoattiva (thc) contenuta nel prodotto, l’effetto della Cannabis light sulle istituzioni ha dello schizofrenico.

Non è passato un mese dall’ultimo, nostro articolo sull’argomento che già ripiombiamo nell’incertezza degli esordi, nonostante ci abbia rincuorato un po’ la recente circolare del Ministero per le Politiche Agricole.

Quest’ultimo autorizza la coltivazione della canapa light in Italia, impedisce le importazioni di varietà che non rientrano nel catalogo europeo e riconosce il valore delle “infiorescenze”, citandole in un testo di diritto.

Considerando la crescita esplosiva del fenomeno, soprattutto in forma di affiliazione in franchising, tutto (o quasi) sembrava andare per il verso giusto, se non che…

Improvvisa, ma neanche troppo imprevedibile, arriva la valutazione del Consiglio Superiore di Sanità, organo consultivo del Ministero della Salute, che a seguito di numerosi test “non esclude la pericolosità della Cannabis Light”, invocando il principio di prevenzione per il quale lo Stato sancisce l’illegalità di una sostanza, se cosiderata pericolosa per la salute dell’individuo e per la sicurezza pubblica.

La dichiarazione del CSS trova eco istantanea sui media, sollevando le polemiche dei noti “legalizzazionisti” e preoccupando gli investitori. Questi ultimi, peraltro, non hanno atteso molto prima di scrivere alla neo-ministra Giulia Grillo, sommergendola di dubbi, preghiere e rimostranze. Più che e-mail, cahiers des doléances

Tanto che la ministra, in una recente conferenza stampa, si è sentita in dovere di rassicurarli: “l’abolizione della legge non è in discussione”.

“Almeno questo”, avranno pensato gli allarmati mittenti. Ha poi aggiunto la Grillo: “il CSS è un organo consultivo, il Ministero deve tenerne conto. Ho investito della questione l’Avvocatura Generale dello Stato per un parere. Per il momento, non è in discussione l’abolizione della Legge, casomai si discuterà sulla regolamentazione”.

Segue il prevedibile polverone sull’ipocrisia del CSS, che ipotizza la pericolosità di una sostanza ed esclude la nocività di altre, pur considerate legali (alcool, tabacco, cibo spazzatura, ecc.). Quel che è certo è che nulla di ciò che è stato detto incoraggia le vendite.

Non ci è dato sapere, al momento, quale sia lo stato di salute attuale delle imprese e dei franchising del settore. Sappiamo, comunque, che alcune tra le aziende produttrici hanno già allertato gli avvocati, che per ovvie ragioni non hanno accolto con favore il parere espresso dal CSS.

Certo, la Grillo ha dichiarato che la normativa che legalizza la cannabis light non è in discussione (al momento), ma non è chiaro in che modo avverrà la regolamentazione; la normativa resta fumosa, e lo stratagemma della vendita delle semenze ai fini della conservazione della specie – o delle infiorescenze, per “uso tecnico” – fa acqua da tutte le parti.

Non ultima, la sagoma ingombrante dei Monopoli di Stato si manifesta all’orizzonte…

Non avremmo mai voluto dirlo, ma sembra proprio che la “profezia” dello scorso 2 marzo 2018 si stia avverando…

Prima fu l’erba light; poi un’abilissima manovra imprenditoriale che, sfruttando il vuoto legislativo, scoppia in un business da sballo, diventando un caso mediatico e un trend in pochi mesi; segue l’aggiustamento parziale della normativa fumosa, che però tale resta; arriva infine una dichiarazione che spiazza gli acquirenti e spaventa gli imprenditori, mettendo a rischio posti di lavoro, risparmi e un giro d’affari di milioni di euro. Stesso copione…stessa fine?

Come con le sigarette elettroniche, le energie rinnovabili e i compro oro, anche il business della cannabis light, come il prodotto, rischia d’incenerirsi.

Un big bang, un giro d’affari da 40 milioni di euro, con la coltivazione (dati Coldiretti) della canapa sativa decuplicata negli ultimi 5 anni. L’esplosione di un fenomeno dal nulla, sull’onda dell’euforia e dai contorni legislativi quanto mai incerti, passibili di continui aggiustamenti o ripensamenti…

E l’aspetto più allarmante della questione, che puntualmente si ripete, è che decine di giovani disoccupati hanno investito i risparmi delle famiglie attirati dal successo delle grandi aziende. Sappiamo già, purtroppo, che in caso di fallimento sono i più deboli – i franchisee – a rimetterci le penne.

Per questo, ancora una volta, ci teniamo a ribadire l’importanza dell’analisi, da parte di un consulente esperto, di qualsiasi slancio all’imprenditorialità, soprattutto quando questo si verifica in persone inesperte o quantomeno poco avvedute in materia di rischi.

Prima di prendere qualsiasi decisione, guardate qui.

 

Accoglieremo, come sempre con gratitudine, ogni vostro commento. Speriamo di sbagliarci di grosso!

 

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