Apr
3
2017

Ritorno alla Terra. Tra Romanticismo e (dura) Realtà

Aprire un’azienda agricola

agricoltura ritorno alla terra

Author: Roberto Zaretti

Gli amanti dei film di fantascienza si mettano il cuore in pace. In questo articolo non parleremo della Terra in quanto pianeta, e il ritorno citato nel titolo non fa riferimento ad alcun astronauta o ad alcun alieno.

La terra in questione  è quella da coltivare, da pascolare, da curare in maniera maniacale affinché possa dare frutti e garantire una sussistenza decorosa. Più che una missione nel futuro si tratta quindi di un salto nel passato, neanche tanto lontano, dove l’agricoltura e la pastorizia rappresentavano l’unico e inevitabile sbocco professionale per buona parte degli esseri umani.

Dopo l’era industriale, che ha riversato nelle città milioni di individui, consegnando di fatto campi e terreni coltivati per secoli all’incuria e alla vegetazione selvaggia, in Italia sembra che lentamente il ciclo stia nuovamente invertendo. Un pò per necessità, un pò per scelta di vita, interi borghi abbandonati tornano a vivere, coadiuvati da incentivi statali ed europei, oltre che dalla tecnologia, in grado di promettere una qualità di vita neppure lontanamente comparabile a quella con cui i nostri avi dovevano fare i conti ogni giorno. Tutti in campagna, quindi? Aspettate un momento.

Stando alle notizie passate dai media, sarebbero soprattuto i giovani a percorrere questa strada, e l’incremento delle iscrizioni alla facoltà di agraria lo dimostrerebbe. In effetti gli indici ISTAT fotografano un sensibile incremento anche del numero di addetti nel settore agricolo, soprattutto nella fascia sotto i 35 anni. Tuttavia, ben pochi sono i giovani, figli di agricoltori ed allevatori, disposti a proseguire la tradizione di famiglia. Si calcola siano meno del 5%. Quindi, come stanno le cose?

Al di là dell’aspetto romantico legato a una simile scelta di vita, la domanda da porsi è: si può vivere di agricoltura nel ventunesimo secolo? Se si, a quali condizioni?

Cominciamo con dire che la piccola produzione individuale, legata al solo consumo domestico e all’eventuale vendita diretta al mercato, non è economicamente sostenibile. A meno di riuscire a caratterizzare fortemente l’offerta, con qualcosa di veramente esclusivo che possa stare sul mercato in maniera efficace, magari supportata da campagne di marketing online.

In linea di massima, il settore agricolo è ormai improntato alla produzione e alla commercializzazione su larga scala. In quest’ottica riesce a progredire, seppure a fatica. Diversamente rischia di rimanere un bel sogno, e nulla più. Le grandi catene di distribuzione mirano al profitto molto più che alla qualità del prodotto, e in questa guerra di prezzi a farne le spese sono i produttori (oltre ai consumatori).

Un settore che regge è quello vinicolo, sempre che sia improntato alla qualità e al made in Italy, ma anche in questo settore chi vuole emergere lo deve fare su larga scala, con investimenti che non sono certamente alla portata di un piccolo nucleo familiare. Per contro, è possibile puntare su una produzione di alta qualità e di volumi ridotti, ma non è un traguardo che si possa raggiungere in poco tempo e soprattutto senza alcuna esperienza.

Una soluzione potrebbe essere l’associazione di produttori in cooperative, strada peraltro percorsa da diverse realtà produttive, specie nei piccoli paesi di montagna. Ma anche in questa direzione, la mancanza di una legislazione efficace e l’individualismo tutto italiano, vanificano un’iniziativa che, almeno sulla carta, potrebbe risultare vincente.

La triste realtà è che chi possiede un appezzamento di terreno, anche di metratura importante, trae un reddito decisamente più alto affittandolo per impianti fotovoltaici o eolici, piuttosto che per coltivare ortaggi o allevare bestiame.

A questo scenario, già di per sé poco edificante, si unisce una politica europea che non tiene conto delle realtà locali, e che pretende di imporre regole  standardizzate che valgano dalla Scandinavia alla Grecia. Si pensi alle quote latte, giusto per fare un esempio.

Chiariti questi aspetti, e rimarcato che lavorare la terra richiede decisamente più fatica di quanto non ne implichi lavorare in ufficio, vediamo come avviare un’impresa agricola.

Una buona formazione scolastica in agraria è sicuramente un’ottima base, ma non basta. In questo settore è fondamentale l’esperienza diretta. Se non la si possiede, sarebbe il caso di procurarsela, magari lavorando in qualche fattoria nei fine settimana, e più in generale sporcandosi le mani di terra.

Qualora l’obiettivo sia quello di puntare su una coltivazione specifica, occorre individuare un terreno che si presti. Anche questo è un aspetto che richiede esperienza, e magari la consulenza di un esperto. Si consideri inoltre che ogni coltura, per poter risultare sostenibile economicamente, necessita di un’estensione territoriale adeguata, spesso anche di svariati ettari. Naturalmente, più il terreno è esteso, più macchinari e personale sono necessari. Anche questo è un aspetto che va valutato in dettaglio.

Diverso il discorso se si intende puntare su un settore di nicchia, come il biologico, o comunque su un prodotto fortemente caratterizzato. In questo caso non è tanto l’estensione a rappresentare il parametro principale, bensì la qualità del terreno.

Per quanto riguarda i capitali necessari, esistono molte iniziative a carattere europeo, nazionale e regionale. Informazioni utili a riguardo si possono ottenere sul sito della Coldiretti a questo link.

Dal punto di vista burocratico, una società agricola è assimilabile a qualsiasi altra. Richiede quindi l’apertura di una partita IVA, aspetto di cui si potrà occupare un commercialista.

Hai esperienza in questo settore? Sei interessato a lavorare nel mondo dell’agricoltura? Commenta qui sotto e parliamone.

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