Gen
16
2017

Cosa ne pensi del franchising PAPEROPOLI?

aprire in franchisingAprire un Franchising. La domanda classica.

Arrivano sempre più frequentemente.
Diciamo pure che rappresentano la maggioranza delle richieste pervenute alla redazione di DottorFranchising.
E, francamente, dopo averlo spiegato in tutte le salse nei vari articoli di questo blog, non spendiamo neppure più il tempo di rispondere.

Cosa pensate di questo o di quel franchising? Funziona? Mi posso fidare?

A domande del genere, ribadiamolo per l’ennesima volta, non è possibile dare una risposta, per un’infinità di ragioni. Vediamone alcune.

La prima, la più ovvia, è che occorre fare delle valutazioni mirate sull’affiliante, sulla qualità della rete franchising proposta, su quanto è stata testata, su quanti punti vendita sono operativi e su quanti hanno chiuso negli ultimi tre anni, sul bilancio amministrativo, sulle prospettive di sviluppo dell’azienda e del settore, sugli investimenti pubblicitari fatti in passato e previsti in futuro, e su altri mille aspetti.
Per queste cose occorre un consulente. Ne riparliamo più avanti.

La seconda, sempre che la prima abbia dato esito soddisfacente, è quella di valutare se l’attività in questione si presti o meno alla zona dove intendiamo aprire.

Il tutto deve preventivamente passare tramite un’attenta analisi della propria predisposizione, delle competenze scolastiche e lavorative, dei valori e delle credenze, delle possibilità economiche, della situazione familiare, dei debiti in essere, e via di questo passo.

L’aspetto si complica ulteriormente se pensiamo che nessuna catena franchising al mondo può registrare successi su tutta la linea. Anche il migliore affiliante avrà affiliati di successo, altri che registrano risultati discreti, altri che non funzionano. Le ragioni sono molteplici, e spesso neppure riconducibili al franchisor.

Intanto, avviare un franchising non significa solo staccare un assegno per comprare un’attività che qualcuno manderà avanti al posto nostro. L’impegno dell’affiliato, inteso come impegno ad applicare le regole del franchising e a darsi da fare in termini di marketing, pubblicità, promozione, servizio al cliente ecc., è fondamentale, e se viene meno non c’è organizzazione franchising che tenga.

Anche il punto vendita di un marchio blasonato farà un buco nell’acqua di fronte all’inettitudine o all’indisciplina di un proprio affiliato. Non esiste marchio che non si sia imbattuto prima o poi in una realtà simile.

Aggiungiamoci che la valutazione della tipologia di negozio / servizio deve essere fatta attentamente anche in funzione del bacino d’utenza, non inteso soltanto come numero di abitanti (come credono molti) ma anche in funzione dell’istruzione di chi ci vive, delle abitudini, della tipologia, dell’etnia, della presenza di strutture pubbliche, di parcheggi, e via di questo passo.

Occorre poi sfatare il mito per cui aprire un’attività in franchising comporta meno rischi rispetto a un’attività tradizionale. Lo è solo a condizione che l’intera filiera venga analizzata passo passo con metodo e professionalità da chi sappia muoversi in tale ambito.

Altrimenti l’effetto ottenuto sarà non solo contrario, ma addirittura amplificato. Oltre al normale rischio di impresa, che l’avviamento di qualsiasi attività comporta, ci sarà pure il rischio franchising, vale a dire il rischio di metterci tutta la buona volontà di questo mondo ma di imbattersi in una pessima organizzazione, che di fatto vanificherà tutto. E di esempi a riguardo, questo si, se ne potrebbero fare a centinaia.

Anche il fatto di contattare affiliati già operativi, che possano esprimere un giudizio sul franchising a cui sono affiliati, lascia il tempo che trova se non viene fatto con una metodologia ben precisa. Un affiliato potrebbe parlare bene del proprio franchisor perché vi collabora da sei mesi, e al primo bilancio non è ancora arrivato. Oppure perché la sua zona appare particolarmente ricettiva. O, ancora, perché lui stesso aveva un’esperienza precedente che lo ha facilitato.

Per contro, potrebbe parlarne male perché non si è attenuto alla regole, e ha voluto uscire da schemi che qualcuno prima di lui aveva già testato. Questo accade per esempio nel trading, dove alla faccia di qualsiasi strategia venga proposta, arriva sempre qualcuno che si reputa più bravo, e comincia ad applicare criteri che alla lunga si rivelano fallimentari.

Ma potrebbe parlarne male anche perché l’attività non rientra nei propri interessi, non rispetta i propri valori e le proprie credenze. O, ancora, perché la zona mal si presta a un’attività di quel genere.

Da tutte queste considerazioni emerge un aspetto su cui abbiamo battuto molto in passato: scegliere un franchising implica un’analisi approfondita, che solo un esperto può fare.

“Si, ma l’esperto costa”. Perchè, il fallimento è gratis? Gli avvocati e i tribunali lavorano gratis? Se a spaventare sono i 2/3000 Euro da dare a un consulente perché mi dia una mano in uno dei passaggi più importanti della mia vita, forse siamo molto lontani dall’idea di fare impresa, e conviene rimanere dove siamo.

PS: affinché non passi il messaggio per cui “voi vendete consulenza e quindi siete di parte”, precisiamo che per tutto il 2017 non siamo in grado di accettare ulteriori incarichi professionali, né da parte di franchisor né da parte di franchisee. Quindi astenetevi tranquillamente dall’inoltrarne richiesta e rivolgetevi a qualche collega (possibilmente che sappia fare il proprio mestiere non solo a parole).

Ognuno a questo punto tragga le proprie considerazioni e, se lo ritiene opportuno, apra un dibattito commentando l’articolo. Rimaniamo a disposizione.

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